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10 MAGGIO 2018 ore 1:11
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Da SRT a SDSA, inaugurazione sotto l'egida NASA

Da oggi il Sardinia Radio Telescope (SRT) potrà essere ufficialmente utilizzato anche in modalità Sardinia Deep Space Antenna (SDSA) e di fatto entra a pieno titolo, sotto la gestione dell'Agenzia Spaziale, nel Deep Space Network della NASA.
Da SRT a SDSA, inaugurazione sotto l'egida NASA

L’evento, durato due giorni, ha visto la partecipazione di grandi istituzioni scientifiche e dei loro massimi rappresentanti: William H. Gerstenmaier per la NASA, Roberto Battiston e Salvatore Viviano per l’ASI, Nichi D’Amico ed Emilio Molinari per l’INAF, Maria Del Zompo per l’Università di Cagliari, Raffaele Paci per la Regione Autonoma della Sardegna, tutti accompagnati da tanti colleghi che qui è impossibile citare. C’erano poi il Prefetto di Cagliari Tiziana Giovanna Costantino, i sindaci di San Basilio, Silius, Selargius e Villasalto. Insomma, tanta gente importante ma, menomale, molta più gente comune, come gli studenti universitari e molti cittadini che si sono iscritti all’evento.  Aldilà delle doverose ma incomplete citazioni dei presenti, quello che ci preme, come INAF, è chiarire al pubblico cosa realmente comporta questo epocale cambiamento.

Fino ad oggi avete conosciuto il Sardinia Radio Telescope come “SRT”, uno dei più grandi e potenti radiotelescopi al mondo, ossia una megaparabola analoga a quelle televisive che abbiamo sui nostri tetti, con la differenza che le onde elettromagnetiche che riceve, invece che dai satelliti artificiali, provengono da corpi celesti “naturali” come stelle e galassie.

Da oggi l’antenna è ufficialmente parte, come detto sopra, della Deep Space Network della NASA. A dispetto del nome, la DSN si occupa di “spazio profondo” nel senso “umano” del termine, ovvero di quell’area del sistema solare che, come ha specificato il presidente ASI Battiston, va oltre i 500mila km di distanza dalla Terra: in pratica tutto ciò che va oltre la Luna (per gli astronomi, invece, “spazio profondo” significa galassie lontane miliardi di anni luce come quelle fotografate dal telescopio orbitante Hubble).

Il compito di SDSA sarà dunque inseguire le sonde interplanetarie che vagano nel Sistema Solare per ricevere da esse preziose informazioni e immagini di mondi lontani, ma dovrà essere anche in grado di inviare informazioni e comandi a queste sonde per consentire loro di fare scienza ed ottimizzare le risorse nel loro lunghissimo viaggio senza ritorno. Questo, comporterà, come spiegato più volte nei due giorni dell’evento, un’antenna capace di emettere segnali elettromagnetici sufficientemente potenti da arrivare addirittura oltre il Sistema Solare e per questo avrà necessità di molti accorgimenti di sicurezza e di molta manutenzione. SDSA sarà dunque una delle pochissime antenne al mondo in grado di comunicare lontano, lontanissimo da casa nostra. Ma non solo, infatti la garanzia di telecomunicazioni spaziali stabili e capienti come quelle che abbiamo, ad esempio, sui nostri smartphone, consentirà una sempre maggiore probabilità di successo delle missioni umane nello spazio, come quelle previste sulla Luna e su Marte, per ora.

Tutto questo, cari lettori, ha un nome: “esplorazione”. È l’andare oltre che ha fatto dell’uomo, nel bene e nel male, il protagonista degli ultimi centomila anni della (ben più lunga) storia del mondo. Astronomicamente e geologicamente parlando non siamo quasi niente, eppure è la curiosità di sapere cosa c’è dietro la collina che ci ha spinto fin dove siamo oggi. Sapere che la Sardegna - pur non essendo in grado, oggi, di promettere miracoli economici od occupazionali - è parte di questo processo di espansione della conoscenza e di progresso tecnologico non può non suscitare in noi, almeno noi dell’INAF, dell’ASI, della NASA, della Regione Sardegna – noi che in questa avventura ci abbiamo creduto e ci crediamo davvero - un distillato di emozione, orgoglio e speranza di scoprire in un futuro prossimo cose nuove e sbalorditive, speranza che sappiamo essere, piuttosto, una certezza. Questa è l’emozione che vorremmo arrivasse a tutti coloro che, comprensibilmente, ci chiedono: perché investire in ricerca astrofisica o in scienze spaziali?

Ricordiamoci sempre, come ricercatori e come semplici cittadini, che il bello della scienza è proprio la scoperta a discapito della certezza. La distruzione di vecchie teorie che si credevano certe e la capitalizzazione degli inevitabili errori in cui i ricercatori inevitabilmente incorrono, dovrebbero essere la regola di un mondo scientifico che oggi sembra invece inseguire pedissequamente bibliografie datate al solo scopo di far carriera. Strumenti come SRT/SDSA sono oggi a disposizione del mondo scientifico per consentire, con la loro precisione e potenza nei rispettivi ambiti di operatività, quei progressi tecnici e scientifici che ci stanno già portando di fronte ad evidenze che riteniamo inconfutabili. Lo faremo, tuttavia, solo fino al giorno in cui progrediremo verso strumenti ancora più sofisticati che saranno in grado di cambiare le regole del gioco. Per ora quelle regole le stiamo scrivendo, nel nostro piccolo, anche noi.